L’eleganza botanica è questione di sfumature.
Simbolo di raffinatezza con la vocazione per la sperimentazione il gin, versatile protagonista della mixology, vive oggi una nuova stagione creativa. Senza perdere il suo vecchio fascino.
Dai rigorosi canoni del London Dry alle interpretazioni più contemporanee e artigianali, ogni distillato racconta una geografia di aromi, intuizioni e gesti sapienti. E diventa protagonista di classici della miscelazione, Martini e Gin Tonic, come di nuove interpretazioni internazionali. Scopri storia, tipologie, metodi di produzione e cocktail iconici di questa acquavite aromatica dal cuore di ginepro.
Il gin è un distillato alcolico la cui identità è firmata dal gusto distintivo del ginepro. È questa bacca balsamica, intensa e resinosa a definirne il carattere, regalando al sorso quella impronta aromatica che lo rende immediatamente riconoscibile.
Per essere definito gin deve contenere almeno il 37,5% di alcol, mentre il ginepro deve restare l’elemento dominante. Le variazioni sono determinate dall’impiego di diverse, e diversamente combinate, botaniche: agrumi, cortecce, radici e spezie che modellano il profilo del distillato, donandogli ampiezza, ritmo e profondità.
Il risultato è un equilibrio in continua trasformazione: secco e cristallino, oppure morbido, speziato e avvolgente.
Le botaniche rappresentano l’anima del gin: il profilo aromatico del gin varia in base al loro numero e alla loro combinazione. Ogni ingrediente contribuisce a costruire contrasti, nuance, intese tonali, persistenze e originalità
Tra le essenze più utilizzate:
Ogni brand gin nasce da un gesto quasi sartoriale, in cui le botaniche vengono dosate con precisione per creare un’identità unica e memorabile.
Il processo di distillazione del gin parte dall’etanolo ricavato da un distillato neutro, al quale vengono aggiunti i botanicals. Il carattere di un gin prende forma da qui. Ogni momento del processo di lavorazione influisce sulla texture, sull’intensità aromatica e sulla precisione espressiva del distillato. Esistono tre metodi principali di produzione:
Le botaniche vengono immerse nell’alcol neutro e lasciate in macerazione prima della distillazione. È una tecnica che restituisce gin ricchi, profondi e avvolgenti, capaci di esprimere una notevole intensità aromatica.
In questo processo le botaniche vengono attraversate dai vapori alcolici senza entrare direttamente in contatto con il liquido. Il risultato è un profilo più arioso, luminoso e delicato, di grande finezza olfattiva.
Metodo moderno e sofisticato, consente di lavorare a temperature più basse preservando l’integrità delle note botaniche più fragili. Il distillato acquisisce così una straordinaria nitidezza aromatica, mantenendo intatta la freschezza degli ingredienti.
Molti produttori contemporanei combinano oggi più tecniche di lavorazione, dando vita a gin stratificati e dinamici, capaci di evolvere nel bicchiere con eleganza, precisione e profondità.
Ogni gin custodisce una voce distinta, un’identità che nasce dall’incontro tra tecnica, territorio e immaginazione. Alcuni esprimono rigore e precisione, altri scelgono la via della morbidezza, dell’esotismo o della sperimentazione contemporanea. Conoscerne gli stili significa immergersi in un atlante di profumi, atmosfere e sensibilità.
È l’archetipo del gin classico: essenziale, netto, impeccabile nella sua definizione aromatica. Nato a Londra e divenuto simbolo universale della miscelazione, il London Dry si distingue per una struttura asciutta e cristallina, in cui il ginepro domina con eleganza assoluta. Nessuna concessione superflua: soltanto purezza, equilibrio e autorevolezza.
È un gin secco, agrumato e pulito, perfetto per cocktail classici come il Martini o il Negroni. Tra le proposte Anthology, abbiamo Himbrimi Winterbird oppure Original Gin di Eden Mill.
A differenza del London Dry Gin, nel Distilled Gin è consentito intervenire sul prodotto anche dopo la fase di distillazione, aggiungendo aromi, estratti o coloranti per modificarne il profilo organolettico.
Quando sull’etichetta compare la dicitura “Dry”, si fa invece riferimento al contenuto zuccherino: la normativa stabilisce che il livello di zucchero residuo non possa superare lo 0,1%. Questo garantisce un profilo secco, pulito e privo di note dolci percepibili.
Perché non provare la gamma Amuerte o il gin Le Tribute?
Una versione più dolce e rotonda del London Dry, con note maltate e agrumate. L’Old Tom Gin leggermente più morbido e amabile rispetto ai gin contemporanei, conserva il fascino dei distillati ottocenteschi, nati per i salotti, i club privati e le prime grandi miscelazioni.
La sua dolcezza sottile non appesantisce il sorso, ma ne amplifica la profondità, regalando una sensazione calda, elegante e nostalgica.
È il protagonista ideale di cocktail storici come il Tom Collins o il Martinez.
Anthology non si fa mancare proprio nulla, Old Tom gin di Himbrimi!
Prima ancora che il gin assumesse la forma che oggi conosciamo, esisteva il Genever: il distillato originario dei Paesi Bassi da cui tutto ebbe inizio nel XVI secolo.
Più ricco, materico e complesso, presenta sfumature che ricordano il malto, il pane tostato e le spezie morbide. La presenza del ginepro resta centrale, ma dialoga con una struttura più piena e profonda, quasi meditativa. Ha un gusto corposo e terroso, con richiami al whisky.
Nel bicchiere rivela il carattere autentico delle origini: intenso e ancestrale. Perfetto in un Genever Old Fashioned o servito liscio.
Il Compound Gin è una tipologia di gin che non richiede necessariamente il processo di distillazione tradizionale. Viene infatti ottenuto attraverso l’infusione o la macerazione di botaniche all’interno di un alcool neutro.
Questo metodo produttivo, più semplice e diretto, consente di estrarre aromi e profumi in modo immediato, dando vita a un distillato spesso intenso e riconoscibile.
L’evoluzione moderna del gin ha aperto la strada a interpretazioni libere, creative e audaci. Nasce così l’International Style: una categoria senza confini, dove le botaniche raccontano territori lontani, culture differenti e sensibilità innovative.
Agrumi mediterranei, alghe giapponesi, erbe alpine, fiori orientali, spezie tropicali o botaniche rare diventano strumenti espressivi di una nuova generazione di distillatori.
Perché non fare un bel viaggio in Thailandia con Saneha gin?









Il gin trova nella miscelazione la sua forma più teatrale e seducente. Va in scena l’invenzione, il talento del gesto, l’equilibrio delle intuizioni e la rottura delle convenzioni. Ogni cocktail diventa spettacolo e performance.
Perché less is more: il Martini è l’essenza stessa dell’eleganza liquida. Gin London Dry e vermouth dry serviti in coppa fredda con oliva o twist di limone. Pura limpidezza.
Provate Ice Nice di Anthology, con Himbrimi Winterbird.
Gin e acqua tonica: la semplicità non è facile, è definitiva. Questo cocktail così iconico è un esercizio di armonia e immediatezza. Servito con ghiaccio cristallino e guarnizioni essenziali, diventa un rituale di freschezza e precisione. Cosa c’è di più semplice e iconico di Il Tributo, con Le Tribute gin?
Simile al Gin Tonic, ma con l’aggiunta di lime fresco. Secco, agrumato e leggermente frizzante. Anthology da quel tocco in più con Gin Grey, con Knut Hansen Earl Grey & Bergamotte.
Intenso e perfettamente bilanciato, il Last Word combina gin, liquore alle erbe, maraschino e succo di lime in una struttura compatta e armonica. Ogni ingrediente trova il suo spazio in un equilibrio sorprendente, dove note erbacee, agrumate e leggermente speziate si intrecciano con precisione.
Un classico intramontabile, essenziale e sofisticato, che conquista per la sua impeccabile simmetria. Per questo Anthology lo chiama The Original, con Eden Mill Original gin.
Versione sontuosa e vellutata del Gin Fizz tradizionale, il Ramos aggiunge panna e albume, trasformando il cocktail in una consistenza soffice, cremosa, quasi eterea. Richiede una preparazione meticolosa. Il Fizz Bizz di Anthology è una nostra interpretazione del classico con Seven Hills. Siamo certi che non vi deluderà.
Versione “still” del Fizz, senza soda: gin, limone e zucchero. Ha una storia lunga – nasce nella seconda metà dell’Ottocento – che non mette in discussione la sua modernità. Anthology propone una versione internazionale, il Sour Suite, con Saneha Distilled gin.
Elegante e delicato, l’Aviation unisce gin, maraschino, succo di limone e un tocco floreale di crème de violette in una struttura fine e ariosa. Il sorso è morbido ma definito, con un equilibrio sottile tra freschezza agrumata, dolcezza appena accennata e leggere sfumature aromatiche. Aviation, con Amuerte Blue.
Gin, limone, zucchero e soda, servito nel bicchiere Collins con fetta di limone e ciliegia. Facile, dissetante, irresistibile. Un classico, Old Collins con Himbrimi Old Tom.
Gin, Champagne, limone e zucchero: prende il nome da un cannone della prima guerra mondiale, ispirandosi a un’idea di forza esplosiva. In verità è elegante, aromatico, sofisticato. Una vera pace per i sensi. Anthology propone Crew Champ, con il nuovo arrivato Knut Hansen Crew’s Choice e champagne Jeeper.
Il gin vive di pesi e misure: un’architettura distillata in cui botanica, aromaticità e versatilità si muovono in perfetto accordo. Dai codici originari del Genever olandese alle traiettorie contemporanee dei blend internazionali, la categoria ridisegna continuamente i propri confini, mappando nuove trame olfattive e geometrie di miscelazione.
Nel mondo di Anthology by Mavolo, questo distillato si traduce in un esercizio di rigorosa inventiva. Lo dimostrano i nostri gin, capaci di trasformare ogni drink in un racconto liquido dove l’eleganza non è mai un decoro, ma una solida forma di modernità.
Cose che non abbiamo ancora fatto con lo champagne:
berlo in una scarpetta tacco dodici, stappare la bottiglia con una spada da ussaro, sprecarlo sul podio di una qualsiasi gara motoristica, riempirci la vasca da bagno, chiamarlo spumante, cucinarci il brasato, dimenticarlo a casa di qualcuno, dimenticarlo in taxi, dimenticarlo.
Lo champagne è un’ottima cura per la memoria, non c’è coppa che non si riempia subito di ricordi, anche di ricordi che non avete mai avuto ma vi sarebbe piaciuto avere. Napoleone e Čechov non bevevano, se non un poco di champagne. Il primo per ricordarsi delle vittorie ancora da ottenere, il secondo per ricordarsi delle parole ancora mai scritte.
È il 1968 e lo scrittore Mario Soldati parte per un suo ‘viaggio in Italia’ incontro a vigneti e cantine, alla ricerca della verità del vino.
Ne uscirà un bel libro
Quel mondo è oggi cancellato ma di quel libro resta viva l’idea del vino come poesia che si gusta meglio, e si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo.
È una frase molto citata, ma a volte non serve essere originali.
Per completarla si può dire che il vino non è che il verso di un poema più ampio che comprende terre, culture, popoli e persino poeti di molte parti del mondo.
Cercare la verità del vino – che abbia la dolcezza seduttiva di quelli liquorosi o la fresca giovinezza dei bianchi marini, il saldo carattere dei rossi pensosi o l’aromatica complessità dei vermouth – per offrirne la bellezza (con moderazione) ci sembra un compito meraviglioso.
Philip Marlowe è un investigatore tutt’altro che sentimentale, e quando sorride sembra un lupo. Almeno quando a interpretarlo è Humphrey Bogart. Le sue sono storie nere. Ma beve volentieri il ‘succhiello’ (Gimlet, per chi detesta i gialli), un cocktail fortificato dal gin e benedetto dalle note solari di cedro e lime. Questa è la nostra idea di mixability. Uno sciroppo non è uno sciroppo, ma è parte del tutto come avrebbe detto un maestro zen e il Paese delle Meraviglie
— quello dove la verbena, il bergamotto o il gelsomino, il lampone o la menta sono sapori liquidi —
per essere apprezzato dev’essere mescolato, inventato, dimenticato e inventato di nuovo. Questa era anche l’idea di Alice, una bar tender coi fiocchi.
Abbinare colori, abbinare amori, abbinare aromi, abbinare profumi, abbinare emozioni, abbinare eccezioni, abbinare temperature, abbinare temperamenti, abbinare impressioni, abbinare memorie, abbinare convenzioni, abbinare trasgressioni.
Sublimare e mescolare.
Certi liquori sono come il diario di un naturalista che si aggira la mattina nel suo orto botanico e spia la maturazione delle essenze, l’intensità delle fragranze, l’empatia degli effluvi. Sa che niente di quello che vede e apprezza domani sarà uguale e si sforza di fissare sul foglio il momento perfetto in cui un fiore e un arbusto sembrano fondersi in una sintesi toccante e per sempre nuova.
Rum rhum ron ron!
Sono le fusa di un gatto disteso sul cassero di teak del San Antonio, l’ultimo galeone di Capitan Kidd in rotta per Barbados. Se ne sta ben attento che l’ombra delle colubrine non gli tolgano il sole, ma provateci voi a dormire tranquilli mentre fioccano i proiettili, il mare si gonfia come un’acciuga che fa il pallone e i pirati urlano come diavoli.
Ci vorrebbe un buon sorso di rum che sappia di vaniglia e caramello o di biscotti al burro e frutta tropicale o spezie e legno dolce.
Basta aprire gli occhi e seguirci nelle nostre esplorazioni tra le isole e i secoli, a bordo di un’amaca.
Su, non fate i gatti.
Come in ogni mitologia la storia di tequila e mezcal inizia da una dea, Mayahuel, generosa e materna.
È lei a manifestarsi nelle forme dell’agave dalla polpa ricca d’acqua, che nel deserto diventa una manna biblica per gli assetati. I sacerdoti la facevano fermentare e la bevevano per parlare con gli dei più loquaci. Quando Hernán Cortés entrò in Messico nel 1519 e si accorse che il brandy portato dalla Spagna era finito, grazie ai suoi alambicchi trovò nell’agave una fonte abbondante per ritrovare il suo spirito.
Quattro secoli dopo e dopo anni di scorribande rivoluzionarie, nel 1914 a Città del Messico s’incontrarono Emiliano Zapata e Pancho Villa. Zapata veniva da sud, terra di mezcal, e Villa da nord, terra di tequila. Ma neppure Mayahuel riuscì a metterli d’accordo.
A noi restano una storia, la nostalgia della revolución e i magnifici doni dell’agave.
Il gin ha nel nome l’anima balsamica di una pianta officinale, il ginepro, e l’ombra alchemica di un jinn della tribù persiana dei folletti, naturali amici dell’uomo.
Per questo in ogni bottiglia sta al sicuro un vero ‘genio’, impaziente di tornare libero. Bevanda terapeutica nelle mani di Dioscoride, medico di Nerone, o dei dottori della Scuola salernitana, conforto di monaci ortolani e distillatori, lenimento alle epidemie medievali, coraggio dei cavalieri olandesi nella guerra dei trent’anni, il gin si è avventurato presto nel mondo, e noi nel mondo abbiamo inseguito le sue interpretazioni più segrete e meraviglianti.
Consolazione per lo ‘spirito’ dei marinai è la risorsa elettiva per i cocktail, tra tutti l’Hemingway Martini che del vermouth vuole solo uno sguardo. La proporzione di 15 parti (di gin) a 1 fu ispirata dal generale Montgomery cui piaceva bere bene e vincere facile (era quello per lui il giusto rapporto tra amici e nemici in battaglia).
non significa solo conoscere meglio Zosimo di Panopoli (leggendario inventore del primo alambicco) che Cicerone (sicuro autore di 58 orazioni), ma imparare un paesaggio dal colore del saké, riconoscere una musica nell’intensità della vodka o vedere i profumi di un secolo nelle sfumature dell’armagnac
Il silenzio favorisce la degustazione,
questa favorisce la parola, che favorisce la comprensione.
Non tutti gli ‘spiriti’, anche quelli che si comportano meglio, hanno un santo in paradiso, ma il whisky ce l’ha ed è San Patrizio, irlandese con origini scozzesi.
A distillare avrebbe imparato dagli arabi che però si erano fatti una cultura con gli alchimisti egizi e dunque a poco serve sventolar bandiere e primogeniture. Così, facendo rotta a oriente si possono scoprire ‘acque di vita’ sensazionali in Giappone dove fantastichiamo che la fioritura dei ciliegi in aprile sia un omaggio annuale a Torii Shingiro che proprio nell’aprile del 1929 commercializzò la prima bottiglia di whisky da lui prodotta.
E poi seguendo la ghirlanda brillante dei tesori liquidi si può fare tappa in Messico, in Tennessee o in Sudafrica e Argentina.