Il modo più piacevole di conoscere un Paese senza attraversarne le strade è assaggiarlo.
Ogni territorio ha elaborato, nel corso del tempo, una propria idea di amaro. Ricette, botaniche, tecniche di produzione e abitudini di consumo raccontano il rapporto che una comunità ha costruito con il suo paesaggio, la natura e la cultura del bere.
Dalle erbe alpine alle botaniche mediterranee, dalle spezie alle radici, gli amari nascono proprio da questo incontro: le piante, il sapere e la convivialità racchiusi in un sorso.
Se in Italia l’amaro è diventato una presenza quasi imprescindibile della cultura gastronomica, anche altri Paesi europei hanno sviluppato interpretazioni riconoscibili di questa categoria. In Germania, per esempio, la tradizione dei Kräuterlikör affida alle erbe profili intensi e balsamici; in Ungheria prevalgono espressioni profonde e aromatiche, mentre in Repubblica Ceca le note speziate assumono un ruolo di primo piano.
In Croazia, invece, incontriamo il Pelinkovac, uno dei simboli della liquoristica nazionale: un amaro a base di erbe, nel quale l’assenzio è il tratto di assoluta originalità e definisce un profilo aromatico intenso, erbaceo e immediatamente riconoscibile.
Prima ancora di essere una categoria merceologica, l’amaro è un modo di leggere il territorio attraverso il gusto.
Le botaniche cambiano da una regione all’altra, così come cambiano le occasioni e i rituali con cui vengono portate nel bicchiere. Ne nasce una vera geografia del gusto, dove l’amaro dialoga con note dolci, aromatiche, speziate o agrumate secondo la sensibilità di ogni cultura.
In Italia, il mondo degli amari si è sviluppato attraverso una straordinaria varietà di ricette regionali, legate alle erbe, alle radici e alle botaniche locali. Anche all’interno del catalogo Anthology troviamo esempi in cui questo legame con il territorio diventa parte integrante dell’identità del prodotto: Amaro Zerotrenta, con il suo richiamo allo “Spirito Bresciano”, nasce da una ricetta erboristica che valorizza erbe, radici e foglie.
Ricette diverse raccontano, in fondo, la stessa storia: un liquore che interpreta l’identità di un luogo esprimendone la natura e la tradizione.
In Croazia, uno degli ingredienti più singolari e rappresentativi di questa tradizione è l’assenzio, pelin in croato. È proprio da questa parola che deriva il nome Pelinkovac, il liquore amaro alle erbe che da generazioni accompagna la cultura croata del bere.
In Croazia, il Pelinkovac è entrato nella quotidianità fino a diventare qualcosa di più di un semplice liquore: la presenza consueta in ogni momento di convivialità e condivisione.
Il suo ingrediente distintivo è l’assenzio (Artemisia absinthium), che, insieme alle altre botaniche, contribuisce a definirne il profilo aromatico.
La storia del Pelinkovac è profondamente legata a Zagabria e a Badel 1862, storica azienda liquoristica le cui origini risalgono appunto al 1862, quando Franjo Pokorny fondò la propria fabbrica di liquori.
Da allora, il Pelinkovac è diventato un prodotto simbolo, conservando nel tempo un legame saldo con la cultura da cui proviene.
Anche il processo produttivo riflette questa continuità. Il Pelinkovac nasce dalla macerazione di una selezione di erbe: le botaniche vengono lavorate attraverso un processo lento e controllato, che ne estrae progressivamente aromi e caratteristiche, fino a comporre il profilo distintivo del liquore.
All’interno della gamma Badel troviamo due principali interpretazioni del Pelinkovac: Pelinkovac e Antique.
La matrice è comune, ma ricetta, lavorazione e maturazione conducono a due espressioni differenti, ciascuna con una propria personalità.
Il Pelinkovac, riconoscibile dall’etichetta verde, è la versione più classica e immediata: 31% vol., una ricetta segreta a base di oltre 30 erbe mediterranee e un profilo amaricante, erbaceo e balsamico ben riconoscibile.
Tradizionalmente viene gustato ben freddo, con ghiaccio e una fetta di limone: un servizio essenziale che ne accompagna l’intensità erbacea con una nota agrumata e rinfrescante.
L’Antique rappresenta invece la versione premium e storica della gamma. La ricetta comprende oltre 40 piante aromatiche mediterranee e il liquore viene lasciato maturare in botti di rovere. Il passaggio in legno ne arricchisce il profilo, rendendolo più caldo, armonico e stratificato, con delicate sfumature vanigliate. Anche la gradazione è leggermente superiore: 35% vol.
Due espressioni della stessa matrice, dunque: il Pelinkovac si distingue per un profilo più diretto, erbaceo e balsamico, mentre l’Antique si muove verso una maggiore complessità e una trama aromatica più articolata.
A completare la gamma troviamo Pelinkovac Orange, che arricchisce il carattere erbaceo dell’assenzio con una sfumatura più agrumata e vivace, particolarmente interessante nella miscelazione.
Completano la proposta Kruškovac, liquore alle pere, e Šljivovica, acquavite di prugna.
Come vuole la tradizione, il Pelinkovac si può bere liscio e ben freddo, oppure con ghiaccio. Una fetta di limone ne accompagna il profilo erbaceo e amaricante con una nota agrumata, dando vita a un a un’esperienza semplice, diretta e immediata.
Ma il Pelinkovac non si ferma alla dimensione del consumo tradizionale.
La sua struttura aromatica lo rende infatti adatto anche a interpretazioni più contemporanee, dai cocktail ai long drink, dove la componente amaricante può diventare il punto focale della ricetta oppure trovare equilibrio nell’incontro con ingredienti dolci, fruttati e agrumati.





L’incontro tra una tradizione secolare e la mixology produce tante nuove storie.
L’impronta amara ed erbacea del Pelinkovac può dare profondità a un cocktail, aggiungendo complessità e persistenza, ma può anche diventare il contrappunto ideale per ingredienti dalle caratteristiche opposte.
Frutta tropicale, agrumi, soda, tequila, gin: sono molte le invenzioni possibili quando il Pelinkovac esce dal bicchiere tradizionale e incontra la creatività della miscelazione.
Il risultato è un modo contemporaneo di interpretare un prodotto profondamente radicato nella cultura croata: l’identità resta riconoscibile, ma cambia il contesto in cui viene espressa.
È proprio questa versatilità a rendere il Pelinkovac interessante anche in chiave attuale: un prodotto profondamente legato alle proprie origini, ma capace di attraversare stili e occasioni di consumo differenti.
Le diverse espressioni della gamma permettono di lavorare su registri aromatici distinti: dalla struttura più complessa dell’Antique alle note dirette del Pelinkovac classico, fino alla vivacità agrumata del Pelinkovac Orange.
Ecco quattro ricette che esplorano queste possibilità e portano il carattere del Pelinkovac nel bicchiere contemporaneo.
Una combinazione fresca e fruttata, in cui l’autorevolezza dell’Antique incontra il passion fruit e il limone, mentre le note aromatiche del bitter aggiungono profondità. La soda chiude il drink con una componente sparkling leggera e rinfrescante.
Ingredienti
Preparazione
Versare gli ingredienti in un Collins colmo di ghiaccio. Completare con Le Tribute Soda.
Qui l’Antique incontra il gin e amplifica la propria dimensione botanica, mentre il succo d’arancia introduce una nota fresca e luminosa. Un incontro netto, costruito sul dialogo tra erbe e agrumi.
Ingredienti
Preparazione
Versare tutti gli ingredienti in un tumbler basso colmo di ghiaccio. Mescolare delicatamente e guarnire con uno zest d’arancia.
Una rilettura essenziale del Margarita, in cui il carattere erbaceo e amaricante del Pelinkovac Orange incontra la morbidezza della tequila e la freschezza del lime. Il risultato è un cocktail diretto, agrumato e dal finale persistente.
Ingredienti
Preparazione
Versare tutti gli ingredienti in uno shaker. Agitare energicamente e filtrare in una coppa cocktail bordata per metà con del sale.
Una versione più fruttata del Pelinkovac, costruita sul contrasto tra la componente amaricante del liquore, la dolcezza della pesca e la nota acidula del cranberry. Un equilibrio semplice, ma tutt’altro che prevedibile.
Ingredienti
Preparazione
Versare tutti gli ingredienti in un tumbler basso colmo di ghiaccio. Guarnire con uno zest di limone.
Il Pelinkovac è il gusto più significativo della tradizione croata.
Erbe, assenzio e cultura del bere si incontrano in un amaro dal carattere deciso e versatile, capace di esprimersi nella sua forma più tradizionale, liscio o con ghiaccio, così come nelle interpretazioni più contemporanee della mixology.
Badel è la nuova esclusiva di Anthology by Mavolo: un prodotto che porta nel bicchiere un autentico frammento della cultura liquoristica croata e apre nuove possibilità di miscelazione.
Scopri Badel e lasciati guidare dalle ricette firmate Anthology.
Cose che non abbiamo ancora fatto con lo champagne:
berlo in una scarpetta tacco dodici, stappare la bottiglia con una spada da ussaro, sprecarlo sul podio di una qualsiasi gara motoristica, riempirci la vasca da bagno, chiamarlo spumante, cucinarci il brasato, dimenticarlo a casa di qualcuno, dimenticarlo in taxi, dimenticarlo.
Lo champagne è un’ottima cura per la memoria, non c’è coppa che non si riempia subito di ricordi, anche di ricordi che non avete mai avuto ma vi sarebbe piaciuto avere. Napoleone e Čechov non bevevano, se non un poco di champagne. Il primo per ricordarsi delle vittorie ancora da ottenere, il secondo per ricordarsi delle parole ancora mai scritte.
È il 1968 e lo scrittore Mario Soldati parte per un suo ‘viaggio in Italia’ incontro a vigneti e cantine, alla ricerca della verità del vino.
Ne uscirà un bel libro
Quel mondo è oggi cancellato ma di quel libro resta viva l’idea del vino come poesia che si gusta meglio, e si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo.
È una frase molto citata, ma a volte non serve essere originali.
Per completarla si può dire che il vino non è che il verso di un poema più ampio che comprende terre, culture, popoli e persino poeti di molte parti del mondo.
Cercare la verità del vino – che abbia la dolcezza seduttiva di quelli liquorosi o la fresca giovinezza dei bianchi marini, il saldo carattere dei rossi pensosi o l’aromatica complessità dei vermouth – per offrirne la bellezza (con moderazione) ci sembra un compito meraviglioso.
Philip Marlowe è un investigatore tutt’altro che sentimentale, e quando sorride sembra un lupo. Almeno quando a interpretarlo è Humphrey Bogart. Le sue sono storie nere. Ma beve volentieri il ‘succhiello’ (Gimlet, per chi detesta i gialli), un cocktail fortificato dal gin e benedetto dalle note solari di cedro e lime. Questa è la nostra idea di mixability. Uno sciroppo non è uno sciroppo, ma è parte del tutto come avrebbe detto un maestro zen e il Paese delle Meraviglie
— quello dove la verbena, il bergamotto o il gelsomino, il lampone o la menta sono sapori liquidi —
per essere apprezzato dev’essere mescolato, inventato, dimenticato e inventato di nuovo. Questa era anche l’idea di Alice, una bar tender coi fiocchi.
Abbinare colori, abbinare amori, abbinare aromi, abbinare profumi, abbinare emozioni, abbinare eccezioni, abbinare temperature, abbinare temperamenti, abbinare impressioni, abbinare memorie, abbinare convenzioni, abbinare trasgressioni.
Sublimare e mescolare.
Certi liquori sono come il diario di un naturalista che si aggira la mattina nel suo orto botanico e spia la maturazione delle essenze, l’intensità delle fragranze, l’empatia degli effluvi. Sa che niente di quello che vede e apprezza domani sarà uguale e si sforza di fissare sul foglio il momento perfetto in cui un fiore e un arbusto sembrano fondersi in una sintesi toccante e per sempre nuova.
Rum rhum ron ron!
Sono le fusa di un gatto disteso sul cassero di teak del San Antonio, l’ultimo galeone di Capitan Kidd in rotta per Barbados. Se ne sta ben attento che l’ombra delle colubrine non gli tolgano il sole, ma provateci voi a dormire tranquilli mentre fioccano i proiettili, il mare si gonfia come un’acciuga che fa il pallone e i pirati urlano come diavoli.
Ci vorrebbe un buon sorso di rum che sappia di vaniglia e caramello o di biscotti al burro e frutta tropicale o spezie e legno dolce.
Basta aprire gli occhi e seguirci nelle nostre esplorazioni tra le isole e i secoli, a bordo di un’amaca.
Su, non fate i gatti.
Come in ogni mitologia la storia di tequila e mezcal inizia da una dea, Mayahuel, generosa e materna.
È lei a manifestarsi nelle forme dell’agave dalla polpa ricca d’acqua, che nel deserto diventa una manna biblica per gli assetati. I sacerdoti la facevano fermentare e la bevevano per parlare con gli dei più loquaci. Quando Hernán Cortés entrò in Messico nel 1519 e si accorse che il brandy portato dalla Spagna era finito, grazie ai suoi alambicchi trovò nell’agave una fonte abbondante per ritrovare il suo spirito.
Quattro secoli dopo e dopo anni di scorribande rivoluzionarie, nel 1914 a Città del Messico s’incontrarono Emiliano Zapata e Pancho Villa. Zapata veniva da sud, terra di mezcal, e Villa da nord, terra di tequila. Ma neppure Mayahuel riuscì a metterli d’accordo.
A noi restano una storia, la nostalgia della revolución e i magnifici doni dell’agave.
Il gin ha nel nome l’anima balsamica di una pianta officinale, il ginepro, e l’ombra alchemica di un jinn della tribù persiana dei folletti, naturali amici dell’uomo.
Per questo in ogni bottiglia sta al sicuro un vero ‘genio’, impaziente di tornare libero. Bevanda terapeutica nelle mani di Dioscoride, medico di Nerone, o dei dottori della Scuola salernitana, conforto di monaci ortolani e distillatori, lenimento alle epidemie medievali, coraggio dei cavalieri olandesi nella guerra dei trent’anni, il gin si è avventurato presto nel mondo, e noi nel mondo abbiamo inseguito le sue interpretazioni più segrete e meraviglianti.
Consolazione per lo ‘spirito’ dei marinai è la risorsa elettiva per i cocktail, tra tutti l’Hemingway Martini che del vermouth vuole solo uno sguardo. La proporzione di 15 parti (di gin) a 1 fu ispirata dal generale Montgomery cui piaceva bere bene e vincere facile (era quello per lui il giusto rapporto tra amici e nemici in battaglia).
non significa solo conoscere meglio Zosimo di Panopoli (leggendario inventore del primo alambicco) che Cicerone (sicuro autore di 58 orazioni), ma imparare un paesaggio dal colore del saké, riconoscere una musica nell’intensità della vodka o vedere i profumi di un secolo nelle sfumature dell’armagnac
Il silenzio favorisce la degustazione,
questa favorisce la parola, che favorisce la comprensione.
Non tutti gli ‘spiriti’, anche quelli che si comportano meglio, hanno un santo in paradiso, ma il whisky ce l’ha ed è San Patrizio, irlandese con origini scozzesi.
A distillare avrebbe imparato dagli arabi che però si erano fatti una cultura con gli alchimisti egizi e dunque a poco serve sventolar bandiere e primogeniture. Così, facendo rotta a oriente si possono scoprire ‘acque di vita’ sensazionali in Giappone dove fantastichiamo che la fioritura dei ciliegi in aprile sia un omaggio annuale a Torii Shingiro che proprio nell’aprile del 1929 commercializzò la prima bottiglia di whisky da lui prodotta.
E poi seguendo la ghirlanda brillante dei tesori liquidi si può fare tappa in Messico, in Tennessee o in Sudafrica e Argentina.